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MELINA – Valia Barriello

Inizia la settimana e ritorno a parlare di Milano Design Week.  Oggi è il turno di un progetto divertente e colorato che racchiude una storia che sa di tradizione, fantasia e graphic design. Parlo di Melina, complemento per la tavola e allo stesso tempo gioco per i più piccoli  dell’architetto Valia Barriello.

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Melina è una tovaglietta all’americana in cotone che, opportunamente piegata, si trasforma in una bambolina. Quando ho visto per la prima volta il progetto sono rimasta davvero affascinata. Perché al di là della bellezza della grafica, Melina rappresenta l’essenza di quello che dovrebbe essere il gioco per i bambini: la fantasia. Melina tramanda l’amore per un divertimento semplice e creativo ispirandosi a un vecchio gioco popolare, molto diffuso nel dopoguerra italiano, quando mamme e nonne, non potendosi permettere l’acquisto di giocattoli, inventavano dei passatempi per i più piccoli. Melina è un’autoproduzione, stampata e realizzata artigianalmente in Italia, è in cotone ed è disponibile in tre differenti modelli e colori. 

“L’idea di Melina è nata per tenere viva l’usanza di tramandare, di generazione in generazione, i giochi. Quando ho osservato la figlia di un’amica preferire un tovagliolo, da me piegato, al suo ultimo modello di Barbie ho capito che in quel semplice gesto i più piccoli intravvedono una magia. Ho studiato allora come modificare forma e pieghe per renderlo un prodotto con due funzioni. Questo gioco è stato tramandato da mia nonna, che si chiamava Melina, a mia madre e da mia madre a me.”

Durante il Fuori Salone sono passata al SuperStudio per vederla dal vero e per incontrare Valia. Ovviamente ho visto Melina ma con Valia non siamo riuscite ad incontraci. Quando si dice il tempismo! Io ero super di fretta a causa dell’immane tour del giovedì e sono riuscita a passare nell’unico istante in cui lei è andata a prendersi un caffé! Sicuramente ci rifaremo, intanto le ho chiesto se era disponibile a rispondere ad alcune domande per conoscere meglio lei e il suo lavoro. Ecco quindi la sua mini intervista. Grazie mille Valia!

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Chi è Valia, parlaci un po’ di te?
Mi sono laureata in Architettura (Vecchio Ordinamento) nel 2005 presso il Politecnico di Milano e ho iniziato subito a lavorare con diversi studi milanesi. Dopo qualche anno ho sentito il bisogno di rimettermi a studiare e di specializzarmi in design, ho deciso quindi di intraprendere un dottorato in Design preso la Facoltà di Architettura di Genova. Ho conseguito il dottorato nel 2011 con una tesi sul design democratico. Durante gli anni di specializzazione non ho mai abbandonato l’attività professionale di architetto, anzi l’ho arricchita e diversificata. Sono nate collaborazioni con le università, ho affiancato per due anni il designer Paolo Ulian per una docenza di Light design in NABA; con i musei, ho curato nel 2013 “Recupero. Artwo fuori e dentro le mura” una mostra per la Triennale di Milano che ha visto il coinvolgimento di designer e detenuti del carcere di Rebibbia; e con le riviste, ho scritto per diverse testate di settore e ho curato la rubrica di design per Artribune dalla sua fondazione fino a marzo 2015. Agli allestimenti, gli articoli e le curatele si sono aggiunti con naturalezza anche gli oggetti autoprodotti e nel 2014 ho lanciato la mia prima autoproduzione a tutto tondo Melina.

Il tuo lavoro è incentrato sul recupero: dei materiali e delle tradizioni, puoi parlarcene brevemente?
Incorporare il recupero nella progettazione è stato un processo quasi spontaneo. Tutto ciò che ci circonda può diventare uno spunto o un punto di partenza. Mi sono ritrovata così a fare un tappeto con dei vecchi campionari di moquette destinati al macero Carpath, a curare la mostra “Recupero. Artwo dentro e fuori le mura” per il Triennale Designcafé in cui erano esposti oggetti disegnati da designer e realizzati nella Casa Circondariale di Rebibbia esclusivamente con materiali di scarto, e, ultimamente, a riprendere una vecchia tradizione popolare e trasformarla in un complemento per la tavola e gioco. Mi piace pensare che gli oggetti, i materiali e le tradizioni abbiano sempre una seconda vita.

Chi è Melina? Come è nato il progetto?
L’idea di Melina è nata giocando con Lavinia, la figlia di un’amica. Al posto di utilizzare le solite bambole le ho riproposto un vecchio gioco che facevo con mia madre quando ero bambina, arrotolare e piegare un asciugamano o un canovaccio fino a che non assumesse le fattezze di una bambola. Nel riscoprire con lei l’entusiasmo di vedere la trasformazione di un oggetto ho capito che quel vecchio gioco aveva dentro di sé un grande potenziale e poteva diventare qualcosa di nuovo, tramandando allo stesso tempo una vecchia usanza. Così ho ristudiato le misure, le pieghe e la grafica, per avere un prodotto con due funzioni, entrambe adatte ai bambini: la prima quella di tovaglietta per la prima colazione, la seconda quella di gioco.

Ho deciso infine di chiamare la bambola Melina che è il nome di mia nonna, capofila della tradizione. Melina è stata lanciata nel 2014 in occasione della mostra Source-Self Made Design tenutasi a Firenze, grazie alla selezione del curatore Roberto Rubini, ma l’idea è nata almeno due anni prima. Durante il Fuorisalone 2015 ho presentato in occasione della Kids design week @ Superstudio (selezione a cura di Paola Noè di Unduetrestella) anche la versione maschile: Pallino.

Quando è nato il tuo interesse per il design per bambini?
Il design per bambini mi ha sempre affascinato perché offre infinite possibilità di realizzazione, un po’ come l’immaginazione dei bambini. Sembra che tutto sia già stato pensato in realtà tutto è ancora da creare. Mi piace pensare a giochi in cui la fantasia del bambino possa completare il progetto. Nella maggior parte dei casi l’idea può nascere proprio mentre stai giocando con un bambino che è la fonte principale di ispirazione.

Come è il tuo studio o spazio creativo?
Il mio spazio creativo può essere itinerante, che sia in studio o all’aperto, appena ho un’idea mi basta annotarla su un taccuino per poi svilupparla successivamente a tavolino. Il mio studio è semplicissimo: un ampio tavolo, costantemente disordinato, un computer, tanti quaderni, pennarelli, matite di ogni tipo e tanti coloratissimi scotch.

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unnamedPhoto credits: Sebastiano Tonelli

 

 

 

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